Lo scurzune primordiale

Totò era un ragazzino terribile. Quando il padre lo svegliava in piena notte, per andare col carro sino alla cava di Copertino a fare il carico di conci di pietra leccese da rivendere poi ai muratori del proprio paese, lui immancabilmente sbuffava e bestemmiava peggio di un vecchio ubriacone. E cominciavano gli inseguimenti nelle tre misere stanze di casa: chi cercava di menare cinghiate e chi cercava di schivarle. Dopo un inizio di giornata così adrenalinico, il caffè di cicoria, tutto ciò che offriva la colazione, era pure inutile.

Di sicuro aver perso la madre proprio alla nascita non aiutava il ragazzo a crescere sereno.

Mentre legava il cavallo al carro, Totò già pensava all’altezza di quale trivio dei Paduli saltare giù dal carro e dileguarsi prima che suo padre se ne accorgesse e facesse in tempo a riacciuffarlo. Le cinghiate della resa dei conti a casa non lo spaventavano.

Totò aveva 11 anni l’ultima volta che fuggì dai doveri impostigli dal padre e dall’umile condizione di famiglia. Era ancora notte e il vento di tramontana che frusciava tra gli alberi coprì il rumore dei suoi piedi che pestavano sulla terra battuta alla fine del salto dal retro del carro che procedeva sgangherato. Era fatta. Rocco, il padre, le redini tra le mani, non si era accorto di nulla e, quando avrebbe girato la testa all’occhiata successiva per controllare che il figlio dormicchiasse innocente sulla paglia, sarebbe stato troppo tardi.

Il fuggitivo abbandonò la strada incastonata tra i muretti a secco, per non rischiare d’esser visto da compaesani che andavano a lavorare anch’essi molto presto, e si lasciò guidare dall’istinto tra uliveti, campi di grano, vigne e boschetti. Ormai stanco di girovagare, coi piedi gonfi e le gambette segnate dai graffi lasciatigli nell’oscurità dai cardi, decise di sedersi sotto un grande salice a riposare un po’. Appena posò le terga a terra, spontaneo gli uscì un “OOOOH!” di appagamento ..e subito partì tutt’intorno un corale gracidìo! Si voltò dall’altro lato del tronco del salice e scoprì d’esser giunto sulla riva di un laghetto di cui ignorava l’esistenza, al cui centro si rispecchiava immobile la luna di quella notte tersa. Capì che qualche centinaio di ranocchie stavano eseguendo il segnale d’allarme scatenato dal suo arrivo. La cosa, più che intimorire Totò, lo divertiva e anzi cambiò posizione intorno all’albero per poter immergere i piedi doloranti nell’acqua fresca. Rilassatosi, cominciò a tirare i sassolini che trovava a portata di mano, proprio dove la luna si era fissata alla superficie dell’acqua, godendo così dello sfaldamento apparente e della lenta ricomposizione di quella fetta di melone bianco.

Poi, improvvisamente come avevano iniziato il concerto, le rane si zittirono e l’acqua cominciò ad incresparsi, ma in un modo più turbolento rispetto ai cerchi concentrici prodotti dai suoi sassolini. Non fece in tempo a chiedersi cosa stesse succedendo che si ritrovò entrambe le caviglie avvolte da un grosso tubo nero, morbido, liscio e freddo e, prima ancora di riuscire a raccogliere le forze per divincolarsi, fu gelato dalla visione che si parava a pochi centimetri dal suo naso: un enorme serpente scuro come la pece, dalle scaglie che brillavano alla luce della luna, lo aveva intrappolato e lo scrutava dalle fessure dei suoi occhi senza riflessi, prendendo le misure del ragazzo con la saettante lingua biforcuta.

Istanti interminabili di terrore per Totò. Quando riprese il controllo, tutto ciò che potè, fu urlare

– Mammia mia, aiuto!!

– Perché chiami tua madre? Per tua sfortuna non ti ha mai potuto aiutare quando ne avevi bisogno…

Sì, la voce d’uomo calma e sicura che aveva pronunciato queste parole proveniva dalla bocca del serpente.

Totò fu sopraffatto dallo stupore, i suoi muscoli smisero d’irrigidirsi per la tensione, quello che stava accadendo andava troppo oltre la sua comprensione. Ma infine la sua maschera da ragazzino sfrontato tornò alla ribalta

– E tu come lo sai?

Il serpente allentò la presa sulle caviglie del ragazzo e si acciambellò elegantemente alla base dell’albero, disegnando sette spire una sopra l’altra

– Io sono lo scurzune primordiale, una delle creature più vecchie dei Paduli, sono qui dalla notte dei tempi, da prima che voi umani vi metteste piede, conosco la storia di tutte le creature che incontro e con tutte posso comunicare. E tu sei venuto a disturbare il mio riposo.

Il ragazzo aveva ormai metabolizzato la fase dello sbigottimento e passò al contrattacco

– Io mi son fatto raccontare tante volte le storie antiche dei Paduli da mio nonno ma dello scurzune bimondiale non mi ricordo.

Senza scomporsi, lo scurzune gli solleticò il naso con la lingua e rispose

– Pri/mor/dia/le. Vuol dire che sono quello che ha generato tutti i serpentelli neri che ti capita d’incontrare per le campagne nei giorni baciati dal sole. Ma io vengo fuori dal lago solo raramente e solo di notte. Tuo nonno non sa nulla di me perché voi uomini avete perso il senso del rispetto per l’ambiente in cui vivete, avete cominciato a modificarlo sempre più, senza comprendere le conseguenze delle vostre azioni. Avete modificato i corsi d’acqua, avete distrutto interi boschi, avete avvelenato piante e sfruttato animali solo per poter produrre più di quello che vi occorra. C’è stato un tempo in cui vivevamo tutti in armonia ma pian piano la tua specie ha appreso ad usare la sua intelligenza per dominare la natura e, non contenta, per far dominare l’uomo sugli altri uomini. È stato allora che ho deciso di ritirarmi nelle tranquille acque di questo stagno e di far sparire le mie tracce dalla memoria dei tuoi antenati, per poter continuare a vivere quel poco di serenità rimasta lontano dalla vostra follia.

Nonostante non lo riguardassero direttamente, Totò si sentì in colpa per le accuse che il mostro strisciante aveva appena rivolto alla razza umana

– Allora, se non mi mangerai, io andrò in giro per i paesi a raccontare per filo e per segno quello che mi stai dicendo, così gli uomini torneranno a comportarsi come si deve e tu potrai tornare a scorrazzare dove ti pare.

Un primo timido raggio di sole cominciava a filtrare dal canneto sull’altro lato del laghetto e lo scurzune primordiale cominciò a sciogliere l’abbraccio al salice, distendendosi per tutta la sua incredibile lunghezza

– Un gesto molto generoso da parte tua ma è meglio che questo nostro incontro resti un segreto. Meglio per te perché rischieresti di esser preso per pazzo, e meglio per me perché rischierei di essere disturbato da qualche fanatico deciso a darmi la caccia per il sol gusto di vantarsene poi sulla piazza del paese.

– Ma io voglio aiutarti!

– Ti ringrazio ma non puoi cambiare da solo la direzione che l’intera umanità ha deciso di prendere. Noi, poche creature invisibili dei Paduli ancora rimaste, abbiamo accettato il nostro destino. È il genere umano che non sa a cosa va incontro… però qualcosa puoi fare: torna a casa, chiedi scusa a tuo padre, digli che gli vuoi bene e che non è colpa sua se non può darti l’affetto di una madre, promettigli che non gli mancherai più di rispetto. E magari chiedigli in cambio di non uccidere più gli scurzuni quando li incontra, sono creature innocue…

E pronunciando queste parole s’immerse placido con la sua andatura sinusoidale e sparì nel fondale torbido del laghetto mentre il sole cominciava a riscaldare l’aria.

Totò si asciugò le lacrime e cercò di capire quale fosse la direzione verso casa.

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