Le Sciare

La notte te lu mese mortu,
se lu ientu fiata a nìe,
’nfacce la rapa te lu stortu
sulla strata te le litaníe.

[La notte del mese dei morti 
se soffia il vento che annuncia neve, 
vicino al tronco dell’albero storto 
Sulla strada delle preghiere]

Nonna Concetta sferruzza ad una velocità impressionante. La trama della lana a colori vivaci (e dagli accostamenti cromatici arditi) si sviluppa tra le sue dita a vista d’occhio. Lei non perde un momento il controllo del mulinare dei ferri tra le sue dita ma ciò non le impedisce di tenere banco col racconto dei bei tempi andati. Intervallati da brevi sospiri, i ricordi si spintonano sulle sue labbra rugose. La mucca da mungere, il tabacco da raccogliere ed essiccare, le schermaglie poco più che platoniche coi ragazzi dei paesi vicini più precocemente attizzati da pulsioni virili, i quali al far della sera partivano in bicicletta a caccia di un bacio o di una promessa. Per ritrovarsi poi sovente, in compenso, un calcio in culo e una minaccia da parte del padre o del fratello maggiore della bella fanciulla finita nel mirino del seduttore di turno. Nonna Concetta ci tiene a sottolineare di non essere mai stata una smorfiosa o una pettegola. Una vita intera fatta di duro lavoro e morigeratezza, questa era la dote maggiore che aveva agli occhi dei compaesani e che aveva donato all’unico uomo che poi sarebbe diventato il padre dei suoi sei figli. Unica concessione profana nel suo bagaglio culturale, interamente costruito sull’attività di massaia e sulla devozione al culto cattolico, era il mito delle sciare. Mito alimentato da una testimonianza diretta di una sua zia rimasta zitella, la quale sosteneva che le suddette sciare fossero donne apparentemente come tutte le altre, indistinguibili se non per un particolare intimo e fugace: una peluria corvina che spuntava intorno ai loro capezzoli appena prima della “notte delle streghe”, ossia una particolare notte di novembre caratterizzata da insistente maltempo, durante la quale le sciare dovevano incontrarsi sulla strada che conduceva al cimitero per radunarsi intorno ad un vecchio ceppo nodoso di ulivo e prendere parte al loro tipico sabba. La zia di nonna Concetta sosteneva che un giorno di novembre della sua giovinezza, mentre raccoglieva manualmente le olive inginocchiata intorno ad un ulivo, formando un circolo con le colleghe che progressivamente si stringeva verso il tronco, notò che Ninetta, la ragazza accanto a lei, additata per le sue abitudini insolite e per la sua socialità scostante, aveva un umore più tenebroso del solito. Ma soprattutto, data la posizione ginocchioni di Ninetta e la sua camicetta spudoratamente sbottonata più del lecito, l’occhio della zia colse, anche se solo per un attimo, come un batuffolo nero che ricopriva la punta della mammella! La cosa in sé era semplicemente buffa, ma la zia concludeva l’aneddoto affermando che, dal giorno dopo, della donna non si ebbero più notizie.. Nonna Concetta, in quanto bambina curiosa in cerca di spiegazioni, pregava la zia di aiutarla a comprendere il mistero e la zia, solo fintamente infastidita da tanta insistenza, sentenziava che quella donna/sciara doveva essere così ribelle che nella sua cerchia di streghe si era fatta delle nemiche, le quali durante il rito notturno l’avevano trasformata in uno scurzune, ossia un innocuo serpentello nero tipico dei Paduli.

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