Niodemo e il falcone

Un’antica leggenda che ancora può capitare di ascoltare interrogando gli abitanti più anziani dei paesi dei Paduli, quelli nati –per intenderci- prima dell’invenzione della televisione, è la storia della specchia dei Mori. Secondo la leggenda i Mori erano dei giganti che vivevano nel Salento già molto prima dell’arrivo delle popolazioni di Japigi e Messapi che avrebbero dato origine alla discendenza degli attuali salentini. Pare che questi giganti potessero raggiungere in altezza anche le querce più alte dell’intero bosco dei Paduli e che fossero abilissimi nel lavorare il legno, conoscendo le caratteristiche della fibra di tutti gli oltre cento tipi di alberi che popolavano il bosco: dal castagno ricavavano robuste assi per le case ed il mobilio, dal morbido sughero le impugnature per gli strumenti da lavoro, dal modellabile leccio pregevoli strumenti musicali, eccetera. Pare anche che fossero sopraffini addestratori di falconi urlatori. Il re dei Mori, Aul, aveva un unico figlio, Niodemo, sul quale riversava tutto il suo amore, cercando di accontentare qualsiasi capriccio passasse per la testa del bambino gigante, anche se ciò non trovava d’accordo il popolo dei Mori, comunque sempre devoto al proprio sovrano e pronto a tralasciare la quotidiana attività lavorativa per realizzare le fantasie sempre più ardite del rampollo reale. Niodemo era particolarmente affezionato al suo falcone urlatore, Gap, un bellissimo esemplare con le penne alari dalla punta dorata che brillavano mentre era in volo e una cresta bianchissima che si apriva a ventaglio quando gridava melodioso prima di tuffarsi dal cielo sulla preda adocchiata già da molto lontano coi suoi occhi infallibili. E per rendere il falcone sempre più forte e bello, lo stregone di fiducia di re Aul, aveva disposto che gli si desse da bere solo succo di fico d’india gigante, una varietà molto rara e prelibata. Niodemo però non era contento: quando Gap si librava alto a sfiorare le nuvole, lui si sentiva incapace di dominarlo, troppo distante affinché l’uccello potesse rispondere ai suoi comandi, e un bel giorno chiese a suo padre di permettergli di arrivare in alto come il falcone. Re Aul convocò i suoi architetti e ordinò che inventassero qualcosa che consentisse a suo figlio di raggiungere in altezza le traiettorie di Gap. Gli architetti, pur consapevoli dell’enormità e della pericolosità dell’impresa, non se la sentirono di contraddire il loro sovrano e progettarono una gigantesca piramide, fatta degli stessi sassi di cui son fatti ancora oggi i muretti a secco delle campagne dei Paduli e convinsero l’intera popolazione dei giganti a mettersi, pur controvoglia, a lavorare all’edificazione della piramide. Quando la piramide, la cui sommità a stento si vedeva da terra, fu terminata, a costo di tanti guai e incidenti capitati a coloro che vi avevano lavorato, Aul predispose che fosse organizzata una festa per inaugurare il nuovo diletto del suo figliolo. Arrivò il momento tanto atteso: Niodemo liberò in volo il suo falcone e cominciò a correre su per la piramide con tutto l’enorme vigore atletico che aveva in corpo, fermandosi ogni tanto per riprendere fiato e controllare a che altezza si trovasse Gap. Ben presto arrivò in cima, i Mori e re Aul giù in basso si sforzavano di aguzzare la vista ma non riuscivano a vedere sin lassù. Niodemo era euforico, si sentiva il re del mondo e del cielo e si mise a gridare imitando l’inconfondibile verso del suo falcone. Il cielo però non prese bene questo tentativo d’intrusione nei suoi spazi e scatenò una tale tempesta che la piramide crollò e tutti i Mori rimasero sepolti dalla loro stessa creazione, condannati a vivere sotto i cumuli di pietre denominati ‘specchie’ che ancora oggi sono sparsi nella campagna salentina.  C’è chi sostiene che di tanto in tanto, passeggiando per i Paduli, sia possibile ancora sentire una specie di breve cantilena provenire dal cielo e, alzando lo sguardo, vedere un enorme rapace in volo coi bordi delle ali che sembrano d’oro.

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