L’Orco Nanni

I nonni dei nonni dei nonni dei paesi intorno ai Paduli conoscevano l’orco Nanni (u Nanni orcu).
L’orco Nanni era una creatura mostruosa, alta quanto due uomini messi uno sopra l’altro, peloso e con la pelle dura come corteccia d’ulivo, selvaggio, puzzolente e quando parlava, non si capiva bene quello che dicesse e sputava! Ma questo è il meno; il problema era che si nutriva di uomini, preferibilmente di bambini, in quanto li riteneva più teneri e saporiti. E siccome doveva sfamare anche la moglie, la Nanni orca e i suoi tre figli, ogni giorno per i contadini dei Paduli era una scommessa riuscire a tornare a casa sani e salvi.

Purtroppo gli orchi vivevano in delle grotte profonde e intricate nelle vicinanze di Scorrano e nessuno aveva il coraggio di entrarvi, né tantomeno di affrontare Nanni faccia a faccia. L’unico modo per salvarsi, nella malaugurata evenienza di incontrarlo, era avere con sé un po’ di polvere di papavero arcobaleno da lanciargli in faccia, facendolo così starnutire per almeno un’ora e avere il tempo di scappare, oppure solleticarlo con una penna di picalò (gazza ladra) ballerina, e in questo caso avrebbe cominciato a ridere a crepapelle rotolandosi per terra, lasciando così la possibilità al malcapitato di turno di darsi alla fuga. Ma il papavero arcobaleno era una pianta molto rara e la picalò ballerina un uccello molto difficile da catturare, anche perché la penna andava strappata all’animale vivo, altrimenti perdeva il suo potere di solleticare l’orco, quindi, scarseggiando entrambe le cose, bisognava organizzarsi: sotto un sasso posto accanto ad ogni menhir di cui era disseminata l’intera foresta dei Paduli, c’era un sacchetto con un po’ di polvere di papavero o una piuma di picalò, per dare la possibilità a chi non ne aveva con sé, di correre a prendere il sacchetto più vicino non appena sentiva la terra tremare per i passi dell’orco in avvicinamento.

Una bella domenica mattina di tanti anni fa Pinuccio e Luigina, due fratelli gemelli figli di un contadino di Supersano, accompagnarono il padre in campagna, il quale, prima di cominciare ad arare con i buoi, si raccomandò coi due ragazzini di non allontanarsi troppo perché sapevano quale rischio correvano. Nonostante la raccomandazione, la sfida tra i gemelli a chi riusciva a prendere al guinzaglio –fatto con uno stelo di grano con un cappio all’estremità- la sarica (lucertola) più grande fece perdere loro la cognizione dello spazio e in breve si ritrovarono lontani dal padre. Quando Luigina, tutta felice, si mise a chiamare il fratello per mostrargli che bell’esemplare di lucertola portava a spasso, non ricevendo risposta cominciò a cercarlo e udì dei gemiti provenire da dietro una pajara; non appena vi si affacciò, un braccio peloso e grosso come un tronco di pino la afferrò e scoprì che nell’altro braccio –per chi non lo avesse ancora capito, le braccia di Nanni l’orco- si dimenava Pinuccio che provava a gridare ma aveva la bocca tappata dall’orco. Tutto contento orco Nanni arrivò al suo rifugio e mostrò con l’acquolina alla bocca le due prede alla moglie, la quale immediatamente chiamò i figlioletti per il pasto. Pinuccio svenne e Luigina cominciò a cacciare i lacrimoni per la brutta fine che stavano per fare ma, con la forza della disperazione, provò a mettere in atto un’idea che le era venuta lì per lì:
– Ma che ci volete mangiare crudi?
Gli orchi si guardarono tra di loro interdetti. Luigina proseguì
– Non lo sapete che la carne va cucinata? Che ci vuole il condimento, l’olio, il sale, gli aromi… e poi, vi sembra posto in cui si possa vivere questo? Sporco, buio, umido…
Intanto Pinuccio si era ridestato e ascoltava sbigottito la sorella parlare con tono sempre più convinto
– Vi propongo un affare: siccome noi siamo i figli del barone, se ci lasciate liberi vi faremo avere una bellissima casa con una grande cucina, dei morbidi letti, tanti giochi per gli orchetti!
Gli orchetti già facevano il girotondo per la gioia ma il padre ruppe presto l’incanto
– Piccola saputella, non mi freghi! Se io vi lascio andare a noi non toccherà nulla. Facciamo così: io lascio andare te e tengo tuo fratello, se domani non incontro te e chi mi deve costruire la casa dove vi ho catturato, ce lo mangeremo!
Luigina era terrorizzata ma fece credere all’orco che non doveva preoccuparsi di nulla; fece l’occhiolino al povero Pinuccio e sgattaiolò fuori dalla caverna. Corse a perdifiato sino in braccio al padre, gli raccontò tutto e poi veloci come il vento col carro fino in paese per decidere col consiglio degli anziani il da farsi.
L’idea geniale venne al barbuto monaco basiliano, frate Lazzaro. Il giorno dopo si presentarono all’appuntamento con l’orco e confermarono la promessa fatta dalla ragazzina. Fu il monaco a prendere la parola, col suo fare bonario
– La popolazione di Supersano apprezza il generoso gesto di risparmiare la vita ai nostri pargoli e ha deciso di costruirvi un bel palazzo, fresco d’estate e caldo d’inverno, ma soprattutto al riparo da malintenzionati: avrete l’intero Avisu a vostra disposizione e un vitello grasso tutte le settimane!
L’Avisu è ancora oggi uno degli inghiottitoi naturali dei Paduli in cui si convoglia tutta l’acqua piovana, una specie di gigantesco imbuto che sprofonda nel terreno, non tanto differente dalle grotte in cui vivevano gli orchi. Vedendo l’orco titubante, frate Lazzaro completò la sua proposta
– Intanto vi abbiamo portato un bel vitello perché possiate mangiare a volontà, però ve lo consegneremo solo quando riporterai il piccolo Pinuccio sano e salvo, dopodichè potreste trasferirvi direttamente all’interno dell’Avisu per qualche giorno e verificare se la sistemazione è di vostro gradimento. Se così, come immagino, sarà, allora cominceremo a costruirvi un palazzo che così bello non l’ha mai visto nemmeno il barone di Locorotondo!
Nanni si fece convinto, grugnì soddisfatto e corse a recuperare il ragazzino da scambiare col vitello. Poi, insieme all’intera famiglia in preda a un misto di stupore ed euforia, si fece condurre dalla processione degli uomini sino al tanto decantato Avisu; si guardò attorno con circospezione per un po’ e alla fine decise che il tentativo si poteva fare e si addentrò col suo seguito d’orchetti. Appena ricevuto l’assenso, frate Lazzaro fece partire di nascosto in tutta fretta un messaggero alla volta di Napoli. Dopo due giorni arrivò in paese, dal suo antro alle pendici del Vesuvio, maga Bascula, una specie di strega i cui incantesimi era terribili.

Dopo un’intera giornata di contrattazioni sul compenso che la maga pretendeva, frate Lazzaro la convinse a recarsi nei Paduli dove tirò fuori dal bagaglio del suo somarello singhiozzante tutta una serie di stranissimi amuleti, teschi e pozioni fatate, inscenò una buffa danza lanciando urla strazianti e poi, d’improvviso s’accasciò a terra esanime. I compaesani si guardarono increduli ma improvvisamente si alzò un vento fortissimo e il sole fu oscurato da enormi nuvole nere, fulmini e saette si scatenarono e una sassaiola di gocce di pioggia grandi come nespole cominciò a cadere furiosa. In meno di un’ora tutta l’acqua piovuta sui Paduli si convogliò nel canale che portava all’Avisu, generando una cascata portentosa che vorticando s’inabissava nella grotta in cui si erano trasferiti gli orchi. Nanni a fatica uscì per capire cosa stesse succedendo, l’acqua già gli arrivava all’altezza dell’ombelico e quando vide in cima al canale frate Lazzaro e gli altri del paese capì di essere caduto in una trappola ma oramai era troppo tardi: mentre lanciava un urlo di rabbia venne travolto dal gorgo e ricacciato insieme agli altri orchi nelle profondità della terra, da cui non sarebbe mai più ritornato.
E da allora, grazie al coraggio di Luigina (che da grande inventò l’arte di ammaestrare le picalò ballerine), all’astuzia di frate Lazzaro (che poi divenne arcivescovo) e ai sortilegi di maga Bascula (che dopo quel sortilegio però impazzì), i Paduli furono il luogo più sereno del creato!

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