Manifattura Tabacchi detta Lo Palummaru

La Manifattura Tabacchi di San Cassiano è parte dell’antica masseria Maramonte che sorgeva proprio all’ingresso del Bosco Belvedere.

La coltivazione del tabacco è testimoniata già nel XIX secolo ed è stata per diversi anni alla base dell’economia sancassianese e botrugnese.  Il lavoro iniziava a febbraio quando, cioè, si doveva seminare lo sporo (la semenza) nelle arùddhe (semenzai), che dovevano essere di tanto in tanto innaffiate e curate. A fine aprile, quando la kiantìme (le piantine da trapiantare) era pronta, si “tiravano” gli avlàcia o surchi (solchi) con lo nsinàri (zappa); poi venivano dapprima buttate le piantine nel solco e in seguito piantate per mezzo di un palo (una specie di cavicchio di legno) che serviva per fare i fori al centro del solco dove dovevano essere messe a dimora le piantine a una distanza di 20-25 centimetri, a seconda della varietà del tabacco.

Quando le foglie del tabacco arrivavano a maturazione iniziava la raccolta. Si facevano in tutto quattro ccote (raccolte) dette: fronzùna, terza ccota, seconda ccota e prima ccota. Le foglie appena raccolte erano trasportate per essere infilate per mezzo delle akucèddhe (grossi aghi di circa trenta centimetri) nei resistenti fili di spago, formando così le nserte (filze); queste ultime erano appese ai tiraletti (telai di forma rettangolare) per l’essiccazione al sole.

Ogni tiraletto poteva contenere venti nserte. Le nserte sistemate nei tiraletti il primo giorno dovevano stare al sole, il secondo all’ombra e poi sempre al sole, per ottenere una buona colorazione. Una volta che il tabacco era essiccato, si staccavano le nserte dai tiraletti e con dieci di queste si facevano i pùpuli o kiùppi che venivano appesi per la stagionatura non solo nei soffitti delle stalle o delle vecchie stanze, ma persino nelle volte della cucina e della camera da letto.

Nel mese di novembre, finita la stagionatura i pupuli erano sistemati negli sporti o casce (casse di legno) e trasportati nelle fabbriche dove venivano sistemate in attesa di essere lavorate.

A questo punto iniziava il lavoro delle tabacchine che durava circa quattro mesi, ed è qui che parliamo di questo posto.

Lu Palummaru comincia la sua attività come manifattura intorno agli anni ’60 del ‘900 per opera del Senatore Francesco Ferrari e va avanti fino agli anni ’80.

Una volta che giungevano le casce con le foglie di tabacco già essiccate, c’era un perito che visionava la qualità del tabacco, quindi veniva pesato e  acquistato, e successivamente si procedeva alla lavorazione.  Le foglie nelle casce erano legate tra loro da uno spago, quindi, una volta sfilate venivano poi sistemate nel torchio e tramite una manovella le donne tabacchine le pressavano formando delle “balle”. Una volta pressate venivano sistemate nelle stufe a legna dove venivano cotte a fuoco lento per un intero giorno e nei 3-4 giorni successivi si lasciavano raffreddare, fino a quando non arrivavano i carri che le trasportavano alle case di produzione a Lecce. I carri, non arrivavano secondo un ordine stabilito, e alcune volte le balle di tabacco venivano sistemate in buste di plastica giganti e trattate con il solfuro per evitare la formazione di animaletti.

Diversi erano i ruoli che si potevano avere nella fabbrica, c’era la mescia (maestra) che aveva il ruolo di controllore, poi potevano esserci una o più sottomescie e infine le operaie con il ruolo di imballatrice, cernitrice o spianatrice.

La mescia era scelta, per amicizia, parentela o simpatia, direttamente dal datore di lavoro, per cui era portata a fare gli interessi del proprietario.

Dismessa dagli anni ottanta per un un breve periodo nel 2002  è stata sede di residenza di artisti, mostre pittoriche e fotografiche, spettacoli, proiezioni e corsi di vario genere.

 

per approfondire:

V. Santoro, S. Torsello, Tabacco e tabacchine nella memoria storica, una ricerca di storia orale a Tricase e nel Salento, Manni, 2002

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